Pubblichiamo l'intervento del prof. Nicola Antonetti, al Convegno "Ricordo di Benigno Zaccagnini" promosso dalla Fondazione “Persona, Comunità, Democrazia” in occasione del venticinquesimo anniversario della scomparsa

Camera dei Deputati, 5 novembre 2014

Benigno Zaccagnini

Signor Presidente, autorità, signore e signori sono grato per l’invito che mi è stato cordialmente rivolto a portare il mio contributo in un incontro su un politico, su un servitore della democrazia italiana, Benigno Zaccagnini, a 25 anni dalla morte.

Ritengo difficile anzi impossibile anche il solo tratteggiare il lungo percorso di una vita che, sul piano dell’impegno politico, si è svolto ininterrottamente per oltre 45 anni, cioè per quasi tutto il percorso della cd. Prima Repubblica: dalla Resistenza all’Assemblea Costituente; dalla Camera dei deputati per le prime 8 legislature (dal 1948 fino al 1973) al Senato fino alla sua morte nel 1989. Zaccagnini è stato capogruppo alla Camera e Presidente del Consiglio Nazionale della DC e nell’esecutivo operò come Sottosegretario al Lavoro e poi Ministro dei Lavori Pubblici nel terzo Governo Fanfani dal 1960 al 1962, nella difficile vigilia del centro-sinistra. In particolare, è stato Segretario nazionale del maggiore partito italiano dal luglio del 1975 fino al 1980, nella stagione più drammatica e violenta della nostra storia repubblicana e della vita del nostro party-sistem, nella quale si consumò, tra gli altri, il sacrificio di Aldo Moro e di altri uomini della Dc e del mondo cattolico, quali Piersanti Mattarella e Vittorio Bachelet.

Per tale oggettiva impossibilità mi limiterò a fare qualche rapida e sommaria annotazione per individuare, se possibile, la cifra culturale, spirituale e religiosa che aiuti a comprendere nel suo insieme l’itinerario civile e politico di Zaccagnini: un itinerario, che pur nella sua assoluta singolarità, rimane esemplare della storia di una parte essenziale del mondo cattolico: quella parte che nella DC, dalla Resistenza e in particolare dalla Costituente, si aprì a un confronto spesso duro ma sempre onesto con gli esponenti di altre opzioni politiche e ideologiche, specie della sinistra, orientandosi al fine comune di affermare prima e difendere poi la nostra giovane democrazia repubblicana sulla base dei princìpi di equità sociale e, insieme, di garanzia per i diritti individuali.

Perseguire questo ben limitato obiettivo significa ricondurre al loro significato profondo quei princìpi etici, quell’”unità di pensiero e di vita” (secondo la pregnante formula della pedagogia cattolica) che caratterizzarono la sua figura fino, però, a ‘slittare’ in una comune e – bisogna dirlo - talora vaga immagine pubblica (il “buon Zac”, l’”onesto Zac”, il “mite Zac”, ecc.); è chiaro che gli studiosi non possono prescindere dalla funzione politica che hanno avuto, specie in alcuni momenti storici, tali stereotipi. Come dimenticare, infatti, che la sua ben nota carica di umanità, la sua onestà e la sua fede vissuta agevolarono non poco la designazione nel luglio 1975 alla guida della Dc, voluta fortemente da Moro, e la successiva elezione diretta (per la prima volta nella storia del partito) da parte dei membri del XIII Congresso (marzo 1976) a Segretario nazionale della DC? E come sottovalutare che con lo slancio che diede al partito non solo evitò nel giugno del 1976 il possibile, e da molti previsto, sorpasso da parte del PCI, ma fece riacquisire alla Dc anche (nonostante i forti contrasti interni) il ruolo di “forza schiettamente popolare”?

Nella sua prima relazione da Segretario al Consiglio Nazionale del 25 novembre 1975 Zaccagnini analizzò a trecentosessanta gradi e da vero politico la precedente sconfitta elettorale della Democrazia Cristiana alle amministrative del giugno precedente e disse: “Noi, come partito, abbiamo pensato forse un po’ troppo di poter vivere di rendite … derivate da pure contrapposizioni ideologiche astratte dalla realtà e dal vivo dei problemi reali del paese”. Ciò, a suo avviso, aveva provocato “l’illusione di sostituire la forza e la suggestione del potere ad una diversa conquista dei liberi consensi, delle libere coscienze”. A quel punto per riguadagnare il consenso (quello diffuso e soprattutto popolare), a suo avviso, era necessario rivolgersi, in modo diverso dal passato, alle coscienze e soprattutto a quelle fasce della società con le quali la Dc aveva perso il contatto: ai giovani, al lavoro, alla cultura.

Fino ad allora, secondo Zaccagnini, il confronto della DC con i movimenti giovanili dal 1968 in poi era stato superficiale: non ci si era confrontati con quella “esigenza di moralità”, con quella “ricerca e attenzione per una serie di valori etici”, che i giovani, con tutte le possibili strumentalizzazioni avevano espresso. In modo particolare, disse: “Quando noi pensavamo che il miracolo economico bastasse a soddisfare le esigenze sociali, i giovani ci hanno insegnato che c’è qualcosa che vale molto di più, ci hanno detto che si può anche rifiutare il benessere quando esso significhi ingiustizia, ottusità, mortificazione dei valori ideali, delle vere ragioni dell’uomo”. Per quanto riguardava la cultura egli sostenne che “troppe volte abbiamo avuto paura della verità, timore della critica, avversione per coloro che sono diversi da noi, nella presunzione di possedere, anche sul piano culturale, tutta la verità, di avere già definito, completato, delineato ogni nostro orizzonte”. Per il mondo del lavoro richiamò la necessità di ricuperare il rapporto con i sindacati e con tutte le organizzazioni sociali. Non fu un caso che proprio negli anni della sua Segreteria molti lavoratori aderenti al sindacato affermassero che “con Zac non ci vergogniamo più di essere iscritti alla DC”. E, in effetti, gli operai sapevano, meglio degli altri, che l’”onesto Zac” non era affatto estraneo ai loro cruciali problemi, che la sua non era una visione “poetica” delle questioni sociali. Nella scia degli indirizzi dossettiani egli aveva assunto impegni a livello centrale, nel partito e in successivi Governi, per la direzione delle politiche del lavoro e per lo sviluppo economico dell’intera nazione. E del resto, anche una personalità alla quale Zaccagnini fu personalmente molto legato, Giorgio La Pira, che nella vulgata politica è ricordato spesso solo come un puro idealista, quando, dopo la Costituente, fu eletto alla Camera dei deputati il 18 aprile 1948, venne designato da un politico “grande e concreto” come De Gasperi nel suo V governo come Sottosegretario al ministero del Lavoro e della Previdenza sociale, proprio perché si impegnasse direttamente nelle dure lotte sindacali dell’epoca.

Non a caso Moro aveva individuato in Zaccagnini l’espressione più avanzata del solidarismo cattolico e soprattutto l’interprete politico migliore della DC per fare fronte ai gravi problemi sociali di quella stagione proponendo per una fase storica intermedia di usare l’estrema possibilità politica offerta dalla nostra “democrazia speciale”: cioè, quella di rinnovare il rapporto tra i grandi partiti non fuori bensì direttamente dentro l’area di governo, attraverso una nuova, e pur limitata nel tempo, esperienza di solidarietà nazionale con il PCI; sullo stesso piano politico, anche se con modalità e indirizzi diversi, si pose, come è noto, Enrico Berlinguer proponendo, nell’urgenza della grave congiuntura economica e sociale, il cd. compromesso storico con la Dc. Nel fallimento di entrambe le convergenti prospettive certo non entrò la volontà di Zaccagnini; anzi la sua apertura al PCI fu intesa in vari ambienti come una minaccia seria alla stessa unità della DC.

Ma viene ancora da chiedersi con quali modalità e attraverso quali esperienze Zaccagnini aveva sviluppato in una socialità aperta, coraggiose e consapevole quella “unità di pensiero e di vita” alla quale si è accennato. Forse uno spunto (solo uno spunto) si può rinvenire nel significato della scelta che nell’ottobre del 1943 il giovane medico di Ravenna, reduce dal fronte jugoslavo, compì entrando nella Resistenza con il nome di battaglia di Tommaso Moro. Direi che a Zaccagnini non mancavano gli esempi e i nomi di martiri per così dire “domestici” dell’antifascismo: da don Giovanni Minzoni (trucidato nel 1923 dai fascisti di Ravenna), al faentino primo direttore de “Il Popolo” Giuseppe Donati (che aveva denunciato Mussolini per l’assassinio di Matteotti ed era morto solo e povero a Parigi nel 1931), al modenese Francesco Luigi Ferrari (morto anch’egli esule a Parigi nel 1932, dopo avere pubblicata quella che rimane la migliore analisi della struttura istituzionale del regime fascista). Aggiungerò anche che a tali personalità lo stesso Zaccagnini tra gli anni 70 e 80 dello scorso secolo volle che si dedicassero importanti studi, in buona parte coordinati da Roberto Ruffilli: da uno studioso che egli stesso dovette vedere martirizzato dalla barbarie brigatista a Forlì nel 1988. Eppure Zaccagnini scelse il nome della vittima di Enrico VIII, cioè di quel Tommaso Moro che proprio nel 1935 Pio XI aveva beatificato (e che Giovanni Paolo II dichiarerà Santo nel 2000 come protettore dei politici e degli statisti) e che nella sua isola di Utopia, tese a costruire una “vita buona” vincolando tra loro gli uomini coraggiosi alla difesa della fede cristiana, della comunione sociale e dell’ordine politico. Si trattava esattamente di quei valori che negli anni 30 e 40 (anni della formazione di Zaccagnini) anche Mons. Giovanni Battista Montini chiedeva che fossero assunti dai giovani studenti universitari cattolici difendendoli con “la spada del coraggio, della sincerità, dell’ardore, che … allontana dall’anima la prudenza della carne, la paura e l’egoismo e la arma di forza e di amore”. E’ noto che in ogni momento, in ogni occasione pubblica Zaccagnini amava richiamare tali valori e sapeva riconoscerli negli uomini a lui più vicini. Alla memoria di don Primo Mazzolari (a trent’anni dalla sua morte) nel dicembre 1979 riconobbe il merito di infondere ancora nei cattolici “la forza per continuare la nostra battaglia in un momento drammatico della nostra vita ma esaltante per il coraggio che richiede”.

In quel dicembre 1979 era trascorso poco più di un anno e mezzo dall’uccisione di Moro. Lo statista pugliese, durante i 55 giorni della sua terribile prigionia, in una lettera aveva ammonito con durezza l’amico Segretario e aveva scritto: “non accetto l’iniqua e ingrata sentenza della DC. Ripeto: non assolverò e giustificherò nessuno”. E’ da supporre che entrambi, Moro e Zaccagnini, in condizioni e in modi del tutto diversi, valutarono il quotidiano e tragico evolversi degli eventi sul metro dei princìpi che avevano alimentato ogni passaggio della loro vita, mentre sulla testa di entrambi si giocava una partita politica fatta di trame e di compromessi, in parte ancora misteriosi, nella quale si consumava la nostra “tragedia repubblicana”. Di quella tragedia fu vittima anche Zaccagnini che continuò a interrogarsi fino alla morte sulla coerenza degli atteggiamenti e dei comportamenti che in quei giorni aveva richiesto a tutti; e prima di tutti a se stesso.

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