Plutarco, le Vite Parallele. Luigi Sturzo e Antonio Gramsci      

Se Plutarco fosse oggi, nella sua galleria delle Vite parallele non mancherebbero i ritratti di Luigi Sturzo e Antonio Gramsci come non mancherebbero quelli dei loro allievi, Alcide De Gasperi e Palmiro Togliatti. Le tifoserie di questi protagonisti della politica del Novecento li hanno tenuti sempre rigorosamente separati, certamente per la loro alternatività, ma forse anche per reciproche convenienze dei rispettivi partiti. Proviamo a ricercare allora quanto la vita e la storia di ciascuno di loro abbia potuto influire su quella degli altri. E che cosa questi capo scuola della politica italiana del secolo scorso mandano a dire agli attori politici dell’Italia di oggi. Ai suoi tempi Plutarco lo faceva mettendo a confronto un eroe greco e uno romano, perché i due popoli potessero finalmente comprendere l’incrociarsi dei loro destini.  

Pur essendo quasi coetanei, Luigi Sturzo è del 1871, Antonio Gramsci del 1891, e muovendosi nello stesso scenario, i due non si incontrano mai: non c’è traccia di un loro contatto personale diretto. Il loro destino e la loro parabola umana e politica hanno però egualmente uno straordinario parallelismo. Sono due grandi apostoli della cultura politica italiana del Novecento. Ciò che li collega è la medesima concezione della politica come liberazione dalle condizioni di inferiorità umana e sociale, la politica intesa come grande voce delle aspirazioni popolari. Al tempo stesso, la visione di Sturzo è tutta dentro l’umanesimo cristiano, quella di Gramsci dentro il materialismo storico. Sturzo, giovane sacerdote di 24 anni, già proveniente da una terra di povertà e di forti differenze sociali come la Sicilia resta sconvolto quando, il sabato santo della Pasqua 1895, mandato a benedire alcune case del centro storico di Roma scopre le condizioni di estrema miseria che esistevano nella capitale del Paese. Gramsci prova la stessa indignazione quando nel 1911 approda ventenne a Torino dalla natia Sardegna e conosce di persona la dura realtà operaia del Nord.

Erano due rivoluzionari della politica rispetto agli schemi risorgimentali. Sturzo lo era in senso ideale e pacifico con il popolarismo e il solidarismo. In antitesi a ogni concezione totalitaria il popolarismo, espressione della quale rivendicava con orgoglio la paternità, 1 significava per lui che “Lo Stato è una società organizzata politicamente per raggiungere fini specifici. Lo Stato non sopprime, non annulla, non crea i diritti naturali dell’uomo, della famiglia, della classe dei comuni, della religione; soltanto li riconosce, li tutela, li coordina nei limiti della propria funzione politica. Per noi lo Stato non è il primo etico, non crea l’etica; la traduce in legge e le dà forza sociale. Per noi lo Stato non è la libertà, non è al di sopra della libertà; la riconosce e ne coordina e limita l’uso, perché non degeneri in licenza”. [1]

In questo modo, con una visione anche oggi  di singolare attualità Sturzo trasformava i sudditi in cittadini. Gramsci teorizzava l’egemonia della classe operaia ma anche l’alleanza fra il proletariato urbano e i contadini, consapevole del radicamento che il mondo cattolico aveva nelle campagne.  A differenza del sacerdote di Caltagirone per raggiungere i suoi obiettivi era disposto anche alla violenza.[2] Entrambi avevano in comune l’idea che il Meridione non fosse un problema territoriale, ma fosse un problema nazionale dal quale sarebbe dipeso lo  sviluppo equilibrato dell’intero Paese. Un problema tuttora aperto.[3] Nel 1919 Sturzo fonda il Partito popolare. Gramsci, inizialmente solo comprimario della scissione di Livorno che nel 1921 aveva dato vita al Partito comunista ne diventa in poco tempo il principale ideologo. Sosteneva che i popolari stavano ai socialisti come “Kerenskij a Lenin” ma, riconosceva, “il costituirsi dei cattolici in partito politico è il fatto più grande della storia italiana dopo il Risorgimento”. 

Non la pensava così Togliatti. Nel luglio 1922 scriveva che “il bieco tiranno” contro il quale lottare “avrà un solo aspetto e un triplice nome. Esso si chiamerà insieme Turati, don Sturzo e Mussolini”.[4]  Inizialmente critico verso i popolari era stato anche Piero Gobetti, che poi condivise invece il giudizio di Gramsci e divenne amico personale di Sturzo. Gobetti, l’ “insulso oppositore”: così lo aveva bollato Mussolini pronunciando in tal modo la sua condanna a morte. Massacrato di botte dai fascisti sotto casa a Torino nel settembre 1924 morì nel febbraio 1926 a Parigi, dove era espatriato, senza essersi mai ripreso dall’aggressione fascista subita. Non aveva neppure 25 anni. La sua figura di intellettuale e di democratico somiglia a quelle di Giacomo Matteotti e di don Giovanni Minzoni, il sacerdote di Argenta anche lui aggredito e ucciso dai fascisti nell’agosto 1923.[5]

Dunque è fitto l’intrecciarsi delle vite parallele. Sturzo e Gramsci, i due apostoli,  avevano una visione etica e religiosa della loro missione. Entrambi sono stati vittime della persecuzione fascista, che ha costretto il primo all’esilio e il secondo al carcere e al confino. Come Sturzo anche Gramsci, pur sposato e con due figli, nell’immaginario collettivo è identificato con la sua dimensione pubblica e non con quella privata. Gramsci appare un asceta, non un uomo del mondo. Eppure anche nel suo caso è proprio il lato umano di questo intellettuale perseguitato senza tregua dal fascismo, morto ancora giovane nel 1937 al termine di una vita di stenti, a suscitare stupore e commozione.

Arrivato a Mosca nel 1922 Gramsci conobbe una giovane donna, Julia Schucht e la sposò. Per lui fu una storia d’amore, per lei è stato avanzato il sospetto che fosse una sposa “mandata da Lenin” per sorvegliarlo. Dalla moglie ebbe due figli, Delio e Giuliano. Tornato in Italia venne arrestato dai fascisti ma a loro non lo fece sapere. Anche lui somiglia in questo al personaggio de “La vita è bella” di Benigni. C’è la testimonianza del secondogenito Giuliano raccolta da un inviato del Corriere della Sera, Ettore Mo: “Antonio Gramsci scriveva dal carcere pietose bugie. Raccontava che stava molto bene, si trovava in un bellissimo castello e così via”. La prigione trasformata in un “bellissimo castello” per non impaurire i suoi bambini.[6]    

Nei rapporti tra Chiesa e politica Gramsci e Sturzo avevano avversato entrambi alle elezioni del 1913 il “Patto Gentiloni”, dal nome del conte Ottorino Gentiloni, presidente dell’Unione elettorale cattolica. L’accordo, che riguardò 330 c0llegi introduceva una licenza rispetto alla rigida regola del non expedit: i cattolici potevano contribuire col loro voto all’elezione dei candidati liberali che si impegnavano una volta in Parlamento a osteggiare le proposte di legge anticlericali.[7] Gramsci avversava il patto perché riteneva che in quel modo Giolitti “avesse cambiato di spalla al fucile sostituendo all’alleanza coi socialisti quella coi cattolici”. Sturzo perché voleva che i candidati cattolici venissero scelti dal basso, mentre con il patto il potere di scelta veniva rimesso alle curie locali e a combinazioni di interessi magari inconfessabili. Per questo la vittoria del sacerdote di Caltagirone fu quando Benedetto XV dopo la prima guerra mondiale rimosse il non expedit posto ai tempi di Pio IX nel lontano 1874 – “Attentis omnibus circumstantiis, non expedit”[8] - consentendo finalmente ai cattolici di organizzare un autonomo partito di ispirazione cristiana. 

I due apostoli avevano la stessa passione per la scrittura, ed hanno lasciato un imponente corpo di articoli, lettere, saggi sociali e politici. L’opera omnia di Sturzo è di oltre cinquanta volumi. Le “Lettere dal carcere” e “I quaderni dal carcere” di Gramsci hanno avuto continue ristampe pubblicate dagli editori di mezzo mondo. Tutti e due avevano una proiezione ultranazionale della politica: Gramsci dentro la prospettiva della Terza Internazionale, della quale fu membro attivo a Mosca nel 1922-1923, Sturzo ancorando la sua visione all’Europa e al collegamento con le democrazie occidentali.

Entrambi hanno dato vita a scuole politiche che si sono affrontate e scontrate durante buona parte del Novecento. Entrambi hanno avuto contrasti e incomprensioni con i movimenti politici dei quali sono stati i fondatori, e con i loro immediati successori. Ancora oggi, senza che se ne venga definitivamente a capo, nuove ricostruzioni cercano di fare luce sul rapporto per tanti aspetti enigmatico fra Gramsci e Togliatti (e Stalin). Davvero Togliatti compromise i tentativi di liberazione di Gramsci dal carcere? L’interrogativo già lo poneva nei suoi diari un dirigente del Comintern, Georgi Dimitrov riferendo le accuse mosse in tal senso a Togliatti dalla moglie e dalla cognata di Gramsci nel lontano 1941.[9] Al Partito comunista serviva il mito di Gramsci, non la liberazione di Gramsci.      

Filoni d’indagine, alcuni sulle analogie, altri sulle differenze culturali e ideologiche di questi protagonisti, altri ancora sui retroscena delle loro vite  che vale comunque la pena di approfondire per una più compiuta comprensione della storia politica del Paese, superando lo schematismo interpretativo del passato. Al Gramsci forzatamente teorico dei Quaderni e delle Lettere si contrappone uno Sturzo che per lunghi anni è animatore di cooperative agricole, sindaco di Caltagirone, vice presidente dell’Associazione dei comuni italiani, organizzatore politico, segretario del suo partito: un combattente sul campo oltre essere un sacerdote e un intellettuale. C’è tanto dunque da mettere a confronto e analizzare per quanto riguarda l’influenza delle loro visioni sulla storia del Novecento italiano e che cosa resta, che cosa sia utile ancora oggi di queste visioni. Anche nel loro caso invece una specie di ragion di Stato, una convenienza reciproca dei movimenti d’appartenenza ha tenuto distinte e lontane queste figure e ciò che esse rappresentano. 

[G.S.]

 

[1]L. STURZO, La funzione storica del Partito popolare italiano, relazione al quarto congresso del Partito Popolare, Torino 12- 14 aprile 1923.

[2] Sugli aspetti inclini alla violenza del temperamento di Gramsci vedi ancora ORSINI, Gramsci e Turati, cit.

>[3] Per unna nuova riflessione sul tema e sulle posizioni  espresse in particolare da Sturzo e Gramsci vedi Il Mezzogiorno e l’Italia, a c. G.D’ANDREA - F. GIASI, Studium, Roma 2012.

[4]G. FIORI, Vita di Antonio Gramsci, l’Unità/Laterza, Roma-Bari 1991, vol. II, p. 185. 

[5] Per i giudizi di Gobetti sul Partito popolare vedi tra gli altri E. GUCCIONE, Cattolici edemocrazia, Ila Palma, Palermo, 1988.  

[6]Corriere della Sera”, 13 agosto 2007, p. 33, L’affaire Gramsci, di Antonio Carioti. L’”affaire” si riferisce alla questione dei diritti d’autore delle opere dell’intellettuale comunista.

[7] I cattolici e la vita pubblica italiana, cit., pp. 56-58.

[8]Fu questa la formula adoperata dalla Penitenzieria Apostolica rispondendo al quesito se fosse lecito per i cattolici italiani votare alle elezioni nazionali.

[9] G. DIMITROV, Diario. Gli anni di Mosca (1934 – 1945), Einaudi, Torino 2002, p. 333. Sull’origine del dissidio tra i due leader comunisti vedi Gramsci a Roma Togliatti a Mosca il carteggio del 1926, a c. di C. DANIELE, Einaudi, Torino 1999

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