UNA FINANZIARIA DA RIFARE

La partita decisiva per la legge finanziaria si avrà a Palazzo Madama. Quale che sia l'esito del travagliato percorso alla Camera, con espedienti per tenere insieme una maggioranza priva di accordi programmatici o con la prevaricazione dei voti di fiducia, non è prevedibile una correzione degli errori di fondo della manovra economica del Governo. Può darsi che in seconda lettura, in una situazione parlamentare piè condizionabile dalle opposizioni, vi sia al Senato qualche spazio per cambiamenti significativi.
Il giudizio sull'insieme delle proposte resta comunque negativo. Anzitutto sotto il profilo morale. Voci autorevoli sia pure in campo non politico hanno criticato, con interventi singoli e documenti collegiali, il carattere iniquo delle misure proposte. "La manovra - ha osservato l'Ufficio della pastorale del lavoro della Curia milanese - tradisce una sostanziale obbedienza alle pressioni del mercato finanziario e dell'impresa, mentre disattende in larga misura le sacrosante esigenze di equità e giustizia."
"Colpisce un non adeguato impegno nel combattere una evasione fiscale di dimensioni astronomiche - aggiunge una delle molte prese di posizioni di qualificati ambienti ecclesiastici - ed è grave che si sia rotto uno stile di rapporti tra le parti sociali improntato al dialogo, alla ricerca consensuale delle difficili soluzioni da prendere." Gli inviti ad un maggiore rispetto dell'etica negli interventi economici non sono una indicazione politica ma anche a questo livello la manovra del Governo non può essere approvata. La stessa esaltazione del rigore a fini di risanamento, propagandata ad arte dai mass media, risulta infondata oltre che unilaterale.
La sottostima della spesa per interessi, il carattere artificioso e in molti casi "una tantum" delle entrate, le eccessive previsioni di introiti per privatizzazioni che segnano il passo, i risparmi imposti con l'avvio dello smantellamento dello Stato sociale articolati nel tempo, l'assenza di misure concrete a sostegno degli investimenti e dell'occupazione, forniscono un quadro di contraddizioni e incertezze sia in materia di risanamento che di sviluppo.

1 - L'inattendibilità di molte previsioni di entrata

Uno dei presupposti della finanziaria, giudicato troppo ottimistico dallo stesso Governatore della Banca d'Italia, è la discesa all'8% dei tassi di interesse nel 1995. Tutte le previsioni vanno nel senso opposto e la quantificazione del maggiore onere di questa voce è di circa 15mila miliardi. Lo scarto è ancora piè preoccupante poiché tra i risparmi preannunciati vi è anche una poco credibile minore spesa per interessi di 2mila miliardi. La manovra di 5Omila miliardi tenuta ferma dal Governo appare già insufficiente per un durevole risanamento dei conti pubblici.
In base al documento di programmazione finanziaria diffuso dal Governo la manovra va completata, nel biennio 1996/97, con un ulteriore contenimento di 55mila miliardi per anno ma non c'è traccia, per ora, di come sarà raggiunto questo obiettivo dal momento che molte entrate "una tantum" del 1995 non sono ripetibili. Il rientro previsto dalla finanziaria, sempre che si realizzi, è dunque un primo passo modesto e insufficiente rispetto ad un risanamento strutturale di medio periodo. Da piè parti si è suggerito di aumentare la manovra di almeno 15mila miliardi, ma l'obiettivo è improponibile senza un incremento delle entrate che il Governo si rifiuta di considerare.
La promessa elettorale di non applicare nuove tasse, demagogica e poco responsabile, imprigiona così la politica economica e la condanna in partenza ad essere unilaterale e ingiusta. Questo vincolo preoccupa anche in relazione alla scarsa attendibilità di alcune entrate previste. Pur trascurando la circostanza, politicamente sgradevole, che mentre si chiedono sacrifici consistenti ai ceti piè deboli per contenere la spesa si concedono patteggiamenti e condoni a quanti hanno evaso il fisco o devastato illegalmente il territorio, resta il fatto che il gettito reale di queste sanatorie è alquanto aleatorio.
Sui 22mila miliardi di maggiori entrate, a fronte di 28mila miliardi di minori spese, circa 19mila dovrebbero provenire da condoni e concordati e cioè da voci di cui è impossibile fornire una solida stima di gettito "ex-ante" e che sono quasi sempre gonfiate. Per di più questo tipo di entrata non è prevedibile negli anni successivi e ciò dimostra che la scelta fatta ha ben poco di strutturale. Quasi inesistenti, in un contesto molto incerto, sono poi le misure per combattere con piè energia il fenomeno scandaloso delle evasioni e delle elusioni. Nell'insieme la manovra è molto meno severa, dal punto di vista dell'entrata, di quanto hanno potuto fare i governi Amato e Ciampi ed espone a rischio lo stesso parziale risanamento relativo al 1995.

2 - Lo smantellamento dello Stato sociale

Anche le riduzioni alla spesa sono poco significative e non preludono al riordino strutturale dei servizi, allo snellimento dei ministeri e degli apparati burocratici, alla selezione con criteri di priorità degli investimenti che possono realizzare risparmi durevoli a fronte di prestazioni rese piè efficienti. Il contenimento della spesa corrisponde in molti casi a minori trasferimenti, che non rimuovono le cause del deficit, a tagli di fondi solo per fare cassa, allo slittamento di pagamenti negli anni successivi e destinati a riemergere. La parte piè incisiva della finanziaria riguarda le pensioni e finisce con lo scaricare sui lavoratori il peso maggiore dei sacrifici. La riorganizzazione del sistema pensionistico è urgente da tempo, ma l' anticipo dei tagli alla spesa rispetto al varo sia pure graduale di una organica riforma, in aperta rottura con i sindacati disposti ad un confronto costruttivo, rende ardue le misure adottate e vanifica ogni buona intenzione. L'intenzione sembra quella di smantellare lo Stato sociale, invece di riordinarlo con rigore ed equità, anche per favorire in modo coatto le pensioni integrative private.
Non c'è dissenso sulla necessità di porre fine al dissesto dell'Inps, a privilegi e disuguaglianze, per assicurare ai giovani trattamenti certi nel futuro. Occorrono modifiche strutturali non provvedimenti tampone. La separazione tra previdenza ed assistenza, da finanziare con il fisco, l'allineamento di contributi uguali per tutte le categorie, una limitazione imparziale di onerosi pensionamenti anticipati, la creazione di trattamenti integrativi liberi, non sostitutivi come vorrebbero le compagnie private, e garantiti da Fondi pensioni, sono le premesse di una equa definizione dei coefficienti di rendimento e dei livelli di anzianità e vecchiaia. L'esigenza di fare cassa è invece prevalsa sulle esigenze di riforma. La richiesta di uno stralcio della materia richiesto dai sindacati, vincolato a scadenze precise, poteva essere una soluzione, ma il Governo avrebbe dovuto recuperare con la fiscalità le risorse necessarie alla manovra e ipotizzare i risparmi derivanti della riforma pensionistica come entrate aggiuntive e capaci di allargarne il respiro oltre i 50mila miliardi. Si è preferito, al contrario, puntare su slittamenti di pagamento, trattamenti differenziati, concessioni corporative, con oneri che riemergeranno negli anni successivi e aumenteranno gli squilibri nel sistema. Sono quindi poche le riduzioni strutturali e permanenti di spesa, le misure di riordino per rimuovere le cause del deficit, e la manovra è fragile anche su questo versante.

3 - L'assenza di misure a sostegno dello sviluppo

Maggiori sacrifici in materia di spesa sociale potevano essere accolti, con senso di responsabilità, se compensati dal rigore fiscale e dalla finalizzazione di una manovra onerosa per tutti ad un forte sostegno allo sviluppo economico e all'occupazione. La ripresa economica che si profila è determinata soprattutto dall'incremento delle esportazioni, in conseguenza della svalutazione, e dalla tendenziale crescita internazionale. E' prevedibile, anche per l'Italia, un confortante aumento del 2,3% del prodotto interno lordo. Con l'incremento dei consumi si potrebbe avere qualche rischio di maggior inflazione, ma il dato allarmante riguarda una disoccupazione che cresce drammaticamente. Il milione di posti di lavoro è sempre piè un imbroglio.
A luglio l'occupazione è scesa del 4,9%. Dall'estate del 1992 ad oggi hanno perso lavoro 1 milione e duecentomila persone. Il calo è stato al Nord del 4% e al Sud del 10%. Sempre in luglio il tasso di disoccupazione nel Centro-Nord era del 7,2%, mentre nel Mezzogiorno si è avvicinato al 20%. E' difficile mettere ordine nel conti pubblici, tenere sotto controllo il debito, se l'economia reale non viene aiutata, cogliendo una congiuntura favorevole, a raggiungere un piè alto tasso di sviluppo e ad allargare la base produttiva con la creazione di nuovi posti di lavoro.
Ma la manovra economica del Governo non contiene adeguate misure di sostegno ad un piè marcato sviluppo nei settori in difficoltà, nelle zone di crisi del Nord e nel Mezzogiorno, in progetti industriali di ampio respiro. Eppure non è impossibile puntare, in coerenza con gli indirizzi del piano europeo di Delors, su una crescita tra il 3 - 3,5% che avrebbe effetti positivi anche sull'occupazione. Ma la legge finanziaria non si pone nemmeno questo problema. Tutto è affidato all'attesa del mercato. Un eccesso di liberismo riduce i pochi interventi a modeste agevolazioni alle imprese quando ci sarebbe bisogno, specialmente per le piccole e le medie, di consistenti aiuti per il credito, gli investimenti, il sostegno all'esportazione.
La spesa nel Mezzogiorno viene ulteriormente ridotta e rinviata per importi significativi, in controtendenza rispetto alla drammaticità della situazione, nel 1996/97. Le privatizzazioni vanno a rilento per una totale mancanza di politica industriale, oltre che per una scarsa volontà politica. Manca un disegno generale di ammodernamento e sviluppo del Paese. Nessuna misura straordinaria è riservata alla crisi dei grandi comparti produttivi, dalla siderurgia alla chimica, dall'impiantistica all'energia, dalle telecomunicazioni ai servizi di interesse generale.
I tagli non fanno alcuna distinzione tra investimenti e spese improduttive. La ricerca scientifica e tecnologica registra una caduta senza precedenti. I trasferimenti alle Regioni sono stazionari, senza aperture verso la riscossione a livello regionale di alcuni tributi erariali, e non favoriscono il reale decentramento di una spesa maggiore e piè efficace in vari settori e per la difesa dell'ambiente. Nessun grande progetto infrastrutturale è individuato per mobilitare, con il concorso dello Stato, attività imprenditoriali sostitutive della ripresa di opere pubbliche non sempre utili avviate nella dissipatrice fase di "tangentopoli" e ora riproposte senza una doverosa selezione.

4 - Conclusioni : preparare una manovra alternativa

La difesa di interessi ristretti e un liberismo estremizzato e impotente, che nulla ha a che vedere con la necessità di sburocratizzare l'economia e premiare senza assistenzialismi l'imprenditorialità, hanno prodotto una legge finanziaria da rifare. Essa apre la via ad un conflitto sociale senza precedenti, non risana i conti pubblici ed è incapace di rafforzare la ripresa economica e dell'occupazione. Anche i conti non torneranno. Il Ministro del Tesoro Dini ha già annunciato, in pratica, l'insuccesso della manovra minacciando il varo di nuovi interventi tra pochi mesi, questa volta anche di natura fiscale, se come è ormai certo la situazione sfuggirà dal controllo.
Nel dicembre del 1993 i tassi per i titoli pubblici erano in media del 7% e sono saliti all'11% nell'ottobre scorso, con un pesante aumento del fabbisogno dello Stato. I quattro punti bruciati in così breve tempo valgono da soli l'intera manovra. E il risparmio, anziché orientarsi verso gli investimenti, si rifugia in impieghi che allargano la distanza tra i cittadini che fanno sacrifici e quelli che traggono vantaggio da un debito malamente gestito.
Le opposizioni devono quindi bocciare senza esitazione una legge finanziaria ingiusta e inefficace. I numeri parlano chiaro. Il 36% della manovra è basato sui condoni, il 28% su riduzioni di trasferimenti, il 29% su interventi che riguardano le persone fisiche e solo il 7% per nuove entrate. Il futuro dell'Italia richiede di cambiare strada al piè presto. Anziché rincorrere il governo nel tamponare i suoi errori è augurabile che i partiti che credono nella giustizia, nella solidarietà, nel diritto, nei superiori interessi nazionali, indichino al Paese, a partire dal 1995, una manovra economica alternativa in cui il rigore sia applicato alle entrate, alla spesa, alle evasioni e agli abusi, e la richiesta di sacrifici sia rivolta a tutti e realmente finalizzata al risanamento e alla ripresa dello sviluppo e dell'occupazione.

Il documento è stato redatto da un gruppo coordinato da Luigi Granelli e può essere riprodotto.